Il mestiere di leggere e Rogelio Guedea. Intervista

Il mestiere di leggere di Rogelio Guedea è un libro  che esplora il lavoro che compiamo noi lettori e ci colloca nel giusto posto  della filiera editoriale. Si parla sempre del libro pensando agli autori, agli  editori, ai formati cartacei o eBook e via dicendo. Ma tutto questo sarebbe  nulla se non ci fossimo noi lettori. Eppure spesso ci si dimentica di noi, salvo  tirarci fuori quando ci sono le statistiche che poi vengono usate per  bastonarci: “Ecco, in Italia si legge poco”; “Voi non siete lettori forti”; “I  veri libri da leggere sono altri”. Ora basta! È giunto il momento che a noi  lettori vengano tributati gli onori del caso! Del resto, se non ci fossimo noi a  leggere quello che altri scrivono e altri ancora pubblicano, il loro lavoro  sarebbe del tutto inutile.

Abbiamo fatto quattro chiacchiere con Rogelio  Guedea, autore messicano che insegna presso l’Università di Otago, in Nuova  Zelanda. Abbiamo parlato del suo libro, naturalmente, ma anche delle sue letture  e di come vede la realtà dei libri dall’altra parte del mondo.

Cosa significa per te leggere? È  cambiato il tuo punto di vista sulla lettura dopo aver scritto questo  libro? Da tempo, durante una lunga lettura dei classici, proprio  mentre scrivevo Il mestiere di leggere, ho cambiato radicalmente il mio  modo di concepire la lettura. Nello specifico, è stato mentre leggevo  l’Etica nicomachea di Aristotele che mi sono reso conto che la lettura  era qualcosa che non si limitava allo spazio circoscritto da un libro, o a uno  spartito, o a un quadro di qualche artista famoso, o anche a una scultura, ma  che la vera e unica lettura era quella che facciamo del mondo. Il mondo, la  vita, come un grande libro che include tutto: libri, quadri, sculture, partiture  musicali, ma anche biciclette, piante, alberi, un mercato, un fioraio, le unghie  delle mie mani. Io stesso. Da allora questo significa leggere per me: una  finestra e uno specchio, per vedere e per vedermi. Ed è stato riflettendo su  questo, mentre scrivevo Il mestiere di leggere, che quanto intuivo si è  confermato, così come ora ho confermato molte intuizioni che avevo sulla  scrittura, mentre lavoravo a Il mestiere di scrivere.

Rogelio Guedea, Il mestiere di leggere, Graphe.it edizioni 2012Lo scrittore italiano Emilio Salgari (1862-1911) diceva  che “scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”. A te piace viaggiare  e piace scrivere. Concordi con quest’affermazione di Salgari? E se scrivere è  viaggiare senza doversi portare i bagagli, cosa è leggere? Sì, a me  piace viaggiare e leggere. Ma mi piace ancora di più: viaggiare, mangiare,  leggere e scrivere. Credo che facendo così potrei vivere momenti felici in  questo diavolo di mondo che ci assalta quotidianamente con calamità. Per me  leggere, come ho detto, è un lungo viaggio verso la propria interiorità, alla  ricerca di risposte che, paradossalemnte, so che non troverò, ma so anche che,  come ogni viaggio, non importa, perché i veri viaggiatori, quelli veraci, sanno  che in un viaggio quello che importa non è la meta ma il percorso. Il desiderio  di arrivare, non il traguardo dove, a volte, tutte le attese possono finire  (perché la città o il luogo non erano come pensavamo, per esempio).

Sei nato in Messico, hai studiato in  Spagna, insegni in Nuova Zelanda: quali sono le differenze tra i vari tipi di  lettori in queste parti del mondo? In Messico non si legge, o si  legge molto poco. In Spagna si legge di più che in Messico, ma non si legge come  uno si aspetterebbe. In Nuova Zelanda si legge molto più che in Messico e in  Spagna, con un valore aggiunto: sono più aperti ad altre tradizioni (a  esplorarle per mezzo della lettura) rispetto al Messico o alla Spagna. In  Messico o in Spagna (meno nel secondo paese che nel primo per via della  vicinanza con altre tradizioni letterarie: italiana, francese, tedesca,  inglese), sebbene non sembri, ci leggiamo tra di noi. In Nuova Zelanda c’è  avidità di leggere (e conoscere) tutte le culture possibili e la cosa più facile  è farlo attraverso il libro. A causa dei limiti propri della trasmissione da una  lingua all’altra, ci sono barriere considerevoli, ma mai insormontabili.

Leggere un libro cartaceo; leggere un  eBook; leggere dal computer: secondo te è sempre leggere oppure ci sono delle  differenze? Ho provato tutti i formati di lettura, compreso l’iPhone  che è quello che uso quando faccio viaggi brevi e non posso portare libri. Però  per me il modo migliore è con il libro di carta e la penna per fare annotazioni  a margine o sottolineare. È un piacere enorme e insostituibile, nel mio caso.  Una felicità che non ho provato nel leggere su Kindle, o sul computer o  con qualunque altro strumento. Con i libri di carta ho la sensazione che le  parole non fuggono al primo problema, che sono “vere”, che toccare il libro  (come diceva Whitman) è toccare l’autore che lo ha scritto, è parlare con lui in  persona, fisicamente, e non per mezzo di Skype. E questo, per me, non solo è  insostituibile ma necessario.

Il motto della Graphe.it edizioni è una  frase di Schopenhauer: “La vita e i sogni sono fogli di uno stesso libro.  Leggerli in ordine è vivere. Sfogliarli a caso è sognare”. Tu vivi o sogni?  Oppure vivi e sogni? Ogni volta è laborioso distinguere tra quello  che vivo nella realtà e quello che sogno, tra la realtà vera e quella dei miei  desideri. Ho modificato il mio passato, anche con l’idea di ricostruirlo, di  reinventarlo a misura di come l’avrei voluto vivere. Proprio ieri pensavo a  quando cercavo di ricordare un evento così come l’ho vissuto. Non ci sono  riuscito. Mi si è imposta quella realtà che avevo usato per scriverlo, che  ovviamente non era la stessa. Ma io non sapevo più cos’era, di quel tessuto già  fuso, aggrovigliato, il reale dell’irreale. Quindi ho detto a me stesso: importa  forse saperlo? La risposta è stata ovvia.

Rogelio Guedea in una libreria messicanaSi dice sempre che i giovani dei nostri giorni leggono  poca letteratura. Ammesso che sia vero, hai qualche consiglio da dare per far  innamorare i giovani della lettura? La casa, prima, e la scuola,  poi, sono le situazioni fodamentali per promuovere l’abitudine alla lettura. Ma  non le uniche. Ci sono anche le situazioni della vita, come è successo a me, in  cui ti puoi svegliare un giorno con un libro in mano, quando casa e scuola non  hanno avuto successo, come in Messico, dove nella maggior parte delle famiglie  non si legge e nelle scuole molti maestri non distinguono la lettera O da un  cerchio. Qui sì che c’è un problema grave. Ma un consiglio che ho sempre dato ai  miei studenti è quello di leggere solo quello che piace loro, che li rende  felici e che non si dica loro quello che devono leggere. Al diavolo quello che  si deve! Gli inizi devono essere così: totale libertà. Per cominciare, ti  piacciono i libri sull’autostima che hanno così cattiva fama? Leggili! Io non mi  vegogno (prima sì, ma ora no) che all’inizio ho letto molti libri sull’autostima  e non Don Chisciotte. Perché li ho letti? Ne avevo bisogno. Attraversavo una  forte crisi esistenziale e quello di cui si ha bisogno in quel preciso momento  erano risposte “immediate”, “ricette” pratiche, che mi aiutassero a uscirne. È  un mondo così grande e vasto che il lettore ha tante e varie risposte a  disposizione. Ma per un giovane come me, perso nei suoi conflitti esistenziali,  Don Chisciotte non mi avrebbe detto nulla in quei momenti, e mi sarebbe sembrata  nient’alto che la storia di un vecchio matto accompagnato dal suo scudiero  tonto. E via dicendo.

Scrivere un libro sulla lettura è forse un controsenso? Per par condicio bisognerebbe leggerne uno sulla scrittura… Quale consigli? Per  qualche motivo inspiegabile, mi è sempre piaciuto leggere libri sulla lettura e  sulla scrittura. In realtà non è una ragione inspiegabile perché mi rendo conto  che mi piacere conoscere la vita privata degli scrittori, quello che pensano  nella quotidianità, quello che vivono giorno per giorno. Mi piacciono, per  tanto, e molto, i quaderni con le note, i diari, le memorie, le autobiografie.  In questo momento sto preparando un libro con i passaggi che più mi sono  piaciuti di diaristi come Amiel o Woolf o di aforisti come Canetti, i quaderni  degli appunti di Bioy Casares, i carnet di Camus eccetera. In questo tipo di  libri, oltre a conoscere l’intimità dello scrittore, sempre mi imbatto in quello  che pensano sulla lettura o sulla scrittura, che forma parte dell’intimità,  nella maggior parte delle volte la più centrale e importante.

Hai qualche rito speciale che fai prima  di metterti a leggere? E prima di scrivere? Sì, ho molte manie in  questo campo. Per esempio, leggo sempre poesia e saggi. Tutti i giorni: cinque  poesie e un saggio (o un capitolo). Nella poesia mi muovo per tradizioni  letterarie, però dalla parte al tutto: messicana, latinoamericana, ispanica, poi  per continenti e così via. Per i saggi sempre i classici che leggo, rileggo e  torno e leggere e rileggere. Principalmente Platone, Aristotele, Seneca,  Cicerone, Epitteto, Marco Aurelio, Montaigne eccetera. Questo lo faccio in  mattinata, sempre, prima di scrivere. Poi nel pomeriggio leggo sempre qualcosa  di scienza. Niente di pesante. Divulgazione scientifica, che mi piace molto. E  la sera, anche prima di scrivere, leggo diari, quaderni di appunti, eccetera.  Proprio ora sto leggendo l’autobiografia di Benjamin Franklin, che è  fantastica.

Ci sono autori e autrici italiani che  apprezzi particolarmente? Sono due: Cicerone e Seneca. Mi si perdoni  se sembro anacronistico, ma oggi più che mai mi sono reso conto della validità  di questi filosofi (e di molti altri classici). Molto più di molti autori  contemporanei. Come se gli autori classici giungessero a penetrare in quella  parte della vita (e degli esserei umani) che non cambia mai, anche con il  passare dei secoli. Cosa che molti autori attuali, sebbene siano grandi, non  riescono a conseguire.

Due domande per concludere: secondo te,  quale sarebbe la colonna sonora perfetta che potrebbe accompagnare la lettura  del tuo libro? E poi: se tu dovessi paragonare Il mestiere di leggere a  un piatto, quale sarebbe? Per questo libro non ho una colonna sonora  speciale, come invece ce l’ho per alcuni miei romanzi. Ma ho un piatto, che  invece non c’è per i miei romanzi. Lo paragonerei a una tampiqueña. Si chiama proprio così: tampiqueña. Cioè, prendi un bel pezzo di carne, due enchiladas, una  quesadilla, guacamole, fagioli, riso, insalata di lattuga e dei tacos dorados.  Di tutto un po’, proprio come mi piace mangiare. Perché per me la vera opera  d’arte è quella composta da parti disuguali, e la sua unità è proprio nella  varietà. Per questo mi piacciono libri come Il mestiere di leggere. Si  dice che uno scriva i libri che vuole leggere.

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